(estatica autoindotta)
Mi sta un gatto sulla mano, e il suo desiderio, che io interpreto giocoso, è di mordere la mia pelle. Ora, in un presente che è un po' più in là della frase anteriore, s'è allontanato.
Eppure non gli ho negato il gioco, ma gli ho chiesto un permesso. Io volevo scrivere, lui voleva giocare. “Mago” ho chiesto più volte “posso scrivere?”. E lo incitavo con un “dai” ogni tanto.
Se fosse rimasto sulla mia mano difficilmente avrei potuto scrivere. Sono allora un presente la negazione dell'altro?
Se sì, mi sono permesso di raggiungere la negazione di un evento senza adoperare una seconda negazione?
Ammesso che non si riesca a dimostare che la negazione degli eventi e la negazione delle parole siano coincidenti.
In caso contrario avrei raggiunto una, presunta, negazione annullandola.
Mi viene in mente una facile obiezione: il permesso, per sua definizione, non è altro che spostare la responsabilità della negazione sull'interrogato. In questo caso si fornisce al presente l'ineluttabilità di una scelta subita (forse meglio “ricevuta”, come una lettera).
Ricevere una negazione ha quindi in se qualcosa di ineluttabile, e contemporaneamente favorisce che si postuli una precedente (per quanto immaginaria) richiesta di permesso.
Come è stato detto, o meglio l'esempio che è stato fatto comprende il verbo “potere”. Siamo a pieno titolo nel regno (e pensando a ritroso, nell'epoca) del possibile.
Se così stanno le cose la negazione comprende un'ipotetica precedente possibilità. Non come condizione di poter fare, ma come lasso di tempo dominato da incertezza, speranza e marginale o illegale applicabilità. Rende insomma possibile nel passato ciò che è adesso negato. Si pensi alla frase “se avessi potuto volare”.