Giocavo. Giocavo da bambino sul balcone, col sole e con la pioggia. Quale tempo ci fosse, quelle poche mattonele erano la terra sotto i miei piedi. La finestra, che non sapevo aprire o chiudere, e tre lati di ferro battuto in strisce, come linee di un'ipotetica forma, erano i confini dello spazio. Oltre la ringhiera c'era una dimensione in più, che accarezzavo spingendo braccia e gambe tra le sbarre. Le lasciavo un po' a pensolare e diventavano più sue che mie. Sue, sue di chi? Era il tempo dei mostri.
Ma giù, infondo allo stretto e poi largo imbuto, giù e anche su, perché, con una dimensione in meno, dal balcone giù poteva essere su, soprattutto se chiudevo gli occhi, giù c'era il fiore. Tra i colori cangianti della strada c'erano quattro ovali profondamente neri, e un cerchio come loro al centro: ed era un fiore.
Un giorno, piccolo com'ero, per sfida spinsi l'intero corpo nel vuoto, e lui si precipitò giù dentro al fiore, nell'umido nero.
L'ho conosciuto fino alle sue periferie il labirito che sta' qua giù. Dalla prima volta che cominiciai a percorerlo, subito, ho annodato una sua mappa nervosa. Ho fatto lunghe passeggiate, la prima lo stesso giorno della caduta, stando attento a tornare indietro ogni volta per vedere il fiore arrossarsi e sparire dalla parete nera. Allora dormivo finché non mi si riaccendeva sul viso.
Nessuno mi ha mai cercato.
Friday, January 27, 2006
Monday, January 16, 2006
Il tempo
Il tempo d'un'attesa, scandita irregolare da un neon tremolante.
Che sia pausa indefinita in tempo finito, o che se ne abbia solo il sentore, lei tende e molla le lenze. E quei pensieri, quelli hanno abboccato!, lei li trascina, e a loro non resta che seguire. A strattoni possono liberarsi, allora un nugolo rosso macchia il tempo, che quel neon spinge in onde.
Che sia pausa indefinita in tempo finito, o che se ne abbia solo il sentore, lei tende e molla le lenze. E quei pensieri, quelli hanno abboccato!, lei li trascina, e a loro non resta che seguire. A strattoni possono liberarsi, allora un nugolo rosso macchia il tempo, che quel neon spinge in onde.
Sunday, January 08, 2006
Uno spettro
Attraversato il corridoio buio, guidato da veloci linee tattili, prese la maniglia. La piegò lentamente verso il basso e si spinse fuori dal buio scorrere del corridoio, dentro la densità oscura della stanza. Ne modulava la forma con i suoi movimenti, approssimati alle continue fughe dei ricordi, mentre si svestiva e abbandonava qualche oggetto. Il respiro di lei era un sottile spago che gli si annodava ai timpani in fiocchi, la cercò e l'abbracciò. Soffrì allora la mente per il calore, e lasciando il corpo al riposo, uno spettro prese a passeggiare per la casa. Trasparente, come le dimenticanze che affolano la testa, riapprì la porta di casa, e se ne andò triste, tra le strade.
Sunday, January 01, 2006
Sta per cadere
Al centro del giardino una figurina d'un fauno così come se inciampasse, con lo sguardo perso sul viale asfaltato. Una via che si allunga fino a diventare una linea di colori semplici, sovrastata da un monte, quasi un altro mondo a limitarla. E quel celeste profondo fino alle stelle invisibili, alto sopra gli alberi in coda, d'una mattina d'inverno. È tagliato da una sola lunga lingua bianca, affusolata, semi-nascosta dai piani impilati ad ogni angolo.
Forse lui la vorebbe afferrare, per farla sua, e fare il cielo infinito, ma sta per cadere, ancora adesso.
Forse lui la vorebbe afferrare, per farla sua, e fare il cielo infinito, ma sta per cadere, ancora adesso.
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