Giocavo. Giocavo da bambino sul balcone, col sole e con la pioggia. Quale tempo ci fosse, quelle poche mattonele erano la terra sotto i miei piedi. La finestra, che non sapevo aprire o chiudere, e tre lati di ferro battuto in strisce, come linee di un'ipotetica forma, erano i confini dello spazio. Oltre la ringhiera c'era una dimensione in più, che accarezzavo spingendo braccia e gambe tra le sbarre. Le lasciavo un po' a pensolare e diventavano più sue che mie. Sue, sue di chi? Era il tempo dei mostri.
Ma giù, infondo allo stretto e poi largo imbuto, giù e anche su, perché, con una dimensione in meno, dal balcone giù poteva essere su, soprattutto se chiudevo gli occhi, giù c'era il fiore. Tra i colori cangianti della strada c'erano quattro ovali profondamente neri, e un cerchio come loro al centro: ed era un fiore.
Un giorno, piccolo com'ero, per sfida spinsi l'intero corpo nel vuoto, e lui si precipitò giù dentro al fiore, nell'umido nero.
L'ho conosciuto fino alle sue periferie il labirito che sta' qua giù. Dalla prima volta che cominiciai a percorerlo, subito, ho annodato una sua mappa nervosa. Ho fatto lunghe passeggiate, la prima lo stesso giorno della caduta, stando attento a tornare indietro ogni volta per vedere il fiore arrossarsi e sparire dalla parete nera. Allora dormivo finché non mi si riaccendeva sul viso.
Nessuno mi ha mai cercato.
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